Tra la folla e i lacrimogeni: una guida per fotoreporter
Introduzione
Casco, maschera antigas, kit di primo soccorso e una valutazione costante del rischio. Documentare le manifestazioni di piazza e i disordini urbani richiede molto più del solo occhio fotografico: necessita di un protocollo di sicurezza rigoroso, pianificato nei minimi dettagli ben prima di scendere sul campo.
Ne parliamo con Lorenzo Pasini, fotoreporter ed ex corsista del War Reporting Training Camp, che ci racconta come si valuta il livello di pericolo di una piazza, quali dispositivi di protezione individuale non possono mai mancare e come configurare l’attrezzatura per lavorare in sicurezza e agilità tra la folla e le forze dell’ordine.
Quando sai che stai per coprire una manifestazione a rischio, come ti prepari? Come valuti il livello di pericolo di una piazza prima di arrivarci?
Come ti vesti (e cosa non metti invece come foggia o colore) per un evento del genere?
Sia in inverno che in estate cerco di usare abbigliamento tecnico, resistente e traspirante. Mi vesto sempre con colori scuri (nero, verde o grigio scuro) per non dare nell’occhio. Soprattutto in inverno non mancano mai: due impermeabili (uno per il busto e uno per le gambe) per ripararsi dagli idranti o dalla pioggia, pantaloni da montagna resistenti e scarponi alti. Uso sempre un comodissimo gilet della Mil-Tec dotato di tantissime tasche; purtroppo non sono impermeabili, quindi ripongo in maniera “tattica” – e avvolti in sacchetti di plastica – le batterie della fotocamera, i documenti necessari, le schede di memoria aggiuntive e l’iPhone.
Quali Dispositivi di Protezione Individuale non possono mai mancare nel tuo kit?
Uso un casco da lavoro della Würth, molto comodo e resistente, su cui ho attaccato degli adesivi e delle scritte per identificarmi come fotoreporter, ma anche come sostenitore di alcune cause (come quella palestinese). Questo perché spesso i fotoreporter e i giornalisti vengono attaccati da entrambi gli schieramenti e, fino ad ora, questa ‘tattica’ ha ridotto di molto il rischio di essere preso di mira. Oltre al casco uso una maschera con filtri per i gas lacrimogeni, occhiali da lavoro il più possibile stagni e il kit IFAK di primo soccorso. Quest’ultimo è importantissimo e lo tengo agganciato alla cintura o alla borsa con un moschettone da arrampicata; nell’ultimo periodo l’ho usato spesso (soprattutto a Torino, in Val di Susa, a Bologna e a Roma) per medicare me stesso e altre persone ferite. A breve vorrei testare anche: pantaloni con ginocchiere integrate, un sospensorio per i genitali, scarpe antinfortunistiche (consigliatemi da un collega di Bologna) e dei tappi per le orecchie particolari, che permettono di sentire quando parli con chi ti è vicino ma riducono parecchio il rumore delle esplosioni di bombe carta o granate stordenti. A Bologna, infatti, ho avuto un problema all’orecchio, poi risoltosi, a causa di un’esplosione molto ravvicinata.
Qual è la configurazione ideale della fotocamera e delle lenti per lavorare in mezzo ai disordini?
Quando mi sono avvicinato a questo tipo di fotografia usavo due macchine mirrorless e due obiettivi fissi (un 50mm e un 24mm), che mi garantivano un’altissima qualità dell’immagine e coprivano ogni esigenza. Poi, nell’ottobre 2024, durante una manifestazione a Roma con diversi scontri, mi ero avvicinato troppo a una scena (senza casco e solo con la maschera) e mi è stato lanciato un oggetto vicinissimo alla testa, forse una bottiglia di vetro. Da quell’occasione, oltre a comprare il casco, ho deciso di viaggiare più leggero. Ora uso una sola macchina con un obiettivo zoom luminoso 24-80mm. Mi permette di essere più agile nei movimenti e di fotografare i momenti critici sia stando vicinissimo all’azione, sia rimanendo in una zona di relativa sicurezza. A livello di impostazioni, regolo la sensibilità (ISO) in base alla luce ambiente e lavoro in priorità di tempi, lasciando i diaframmi in automatico. Come accennato, preferisco un unico zoom robusto e di buona qualità.
Meglio viaggiare leggeri o essere pronti a tutto?
Nell’ultimo anno ho preferito portarmi sempre qualcosa in più piuttosto che qualcosa in meno, cercando di essere pronto a tutto. Non è una regola fissa: a volte quella cosa in più mi è servita, a volte no. Dipende dalla situazione. Bisogna comunque fare sempre i conti con il peso, perché quando subentra la stanchezza anche un piccolo oggetto in più si fa sentire parecchio.
Se potessi portare con te solo tre oggetti nello zaino per la tua sicurezza (esclusa l’attrezzatura fotografica), quali sceglieresti?
Sicuramente il casco, a cui in un certo senso sono affezionato, la maschera antigas e gli occhiali protettivi. Questi tre oggetti devono esserci sempre, per forza.
Come proteggi l’attrezzatura e, soprattutto, le schede di memoria da danni, urti, liquidi o dal rischio di sequestro o smarrimento?
Per questo tipo di fotografia consiglio sempre un corpo macchina e un’ottica tropicalizzati, dotati di guarnizioni che proteggono l’attrezzatura da liquidi e sporco. È fondamentale anche una tracolla salda; io uso quella della Peak Design, che ha un sistema di usura visibile che cambia colore, permettendoti di sostituire solo i componenti che si stanno per rompere. Per quanto riguarda le schede di memoria, bisogna fare massima attenzione a non far prendere colpi alla fotocamera, che potrebbero danneggiare il vano di lettura. È successo a un collega a Roma: dopo una caduta della macchina, la scheda ha iniziato a dare problemi di lettura. È importante fare continui backup, sfruttando il doppio slot della macchina o trasferendo i file il prima possibile su un dispositivo esterno come un iPad o il telefono. Le schede non devono assolutamente cadere o sporcarsi e, se possibile, vanno sostituite ogni due anni. Per il rischio di sequestro dell’attrezzatura – situazione che per fortuna non mi è mai capitata – l’unica contromisura che mi verrebbe da adottare sarebbe sfilare la scheda dalla camera e nasconderla molto bene, sigillata nel suo contenitore, in una tasca interna e poco visibile del gilet. Per il rischio di smarrimento non ho ancora una soluzione tecnica, ma sto valutando di stipulare un’assicurazione privata.
Come ti muovi tra la folla e le forze dell’ordine? Qual è il comportamento giusto per non essere scambiato per una minaccia da nessuna delle due parti?
Di solito mi muovo spostandomi continuamente dentro la folla dei manifestanti; non tengo mai una postazione fissa, cerco di stare nel mezzo. Come dicevo prima, è importante evitare colori nell’abbigliamento che possano attirare l’attenzione, per questo vesto sempre molto scuro. Ho adottato la soluzione di applicare scritte e adesivi sul casco per rendere subito chiara la mia posizione di fotoreporter che sta lavorando, pur manifestando il sostegno ad alcune cause. In ogni caso, se dovessi essere attaccato da un manifestante cercherei di allontanarlo (tra fotoreporter c’è molta solidarietà e ci si aiuta a vicenda). Se invece dovessi subire cariche o contestazioni dalle forze dell’ordine, tengo sempre nel gilet la tessera dell’AIRF (l’associazione di fotoreporter di cui faccio parte) pronta da mostrare.
Quali sono i “segnali spia” che ti fanno capire che la situazione sta per degenerare e che è il momento di arretrare o cambiare posizione?
Sicuramente quando il “botta e risposta” tra i due schieramenti si fa più fisico e violento, lo spazio tra le persone si restringe drasticamente e iniziano le prime forti spinte della folla.
La foto ritratto in apertura di Pasini è di Andrea Bellaroto,

















