Dal campo di battaglia al primo soccorso: storia, evoluzione e cultura del tourniquet
Da antico strumento chirurgico a presidio salvavita della medicina tattica: come è cambiato il tourniquet, perché per decenni è stato guardato con diffidenza e quale lezione arriva dai conflitti contemporanei.
Sul campo di battaglia non basta sapere come trattare un ferito. Occorre stabilire quale intervento compiere prima, tenendo conto contemporaneamente della minaccia, delle condizioni del paziente e della possibilità di evacuazione. Il controllo delle emorragie massive assume così un’importanza prioritaria. Questa lezione, maturata nei contesti operativi, ha oggi piena validità anche nel mondo civile e industriale, dove traumi gravi e incidenti con macchinari rendono l’emorragia traumatica agli arti una delle principali cause di morte potenzialmente prevenibili. Tra i presidi sviluppati per questa urgenza, il tourniquet moderno rappresenta uno dei principali strumenti salvavita per il controllo rapido del sanguinamento grave.
Un dispositivo apparentemente semplice, ma capace di fare la differenza nei minuti più critici di un’emergenza. Il tourniquet, o laccio emostatico, è oggi uno dei presidi impiegati per il controllo rapido delle emorragie massive degli arti, quando la perdita di sangue rappresenta una minaccia immediata per la vita. La sua storia, tuttavia, è molto più lunga e controversa di quanto possa suggerire la semplicità dello strumento.
Nel corso dei secoli il tourniquet è passato dai campi di battaglia alle sale operatorie, ha attraversato periodi di larga diffusione e altri di profonda diffidenza, fino a essere rivalutato dalla moderna medicina del trauma e dalla medicina tattica.
L’evoluzione non ha riguardato soltanto i materiali. È cambiato soprattutto il modo di intendere quando, perché e da chi debba essere utilizzato.
Dalle prime legature alla nascita della barra di torsione.
Una delle tappe più conosciute risale al 1674 ed è associata al chirurgo militare francese Étienne Morel, al quale viene attribuito l’impiego, durante l’assedio di Besançon, di un sistema costituito da una fascia stretta attorno all’arto e da una bacchetta utilizzata per torcerla e aumentarne progressivamente la pressione.
Il principio è sorprendentemente familiare: è quello della barra di torsione (windlass), che ritroviamo anche nei moderni tourniquet tattici.
Pochi decenni dopo, nel 1718, il chirurgo francese Jean-Louis Petit sviluppò un dispositivo meccanico più sofisticato, introducendo un sistema a vite capace di esercitare una compressione controllata.
Le guerre mondiali e la lunga stagione della diffidenza.
Durante i grandi conflitti del Novecento i lacci emostatici furono impiegati sui feriti, ma l’esperienza maturata sul campo mise in evidenza anche complicanze importanti: ischemia, danni neurologici, lesioni dei tessuti e, nei casi più gravi, perdita dell’arto.
Il problema, però, non era riconducibile semplicemente all’esistenza del laccio. Entravano in gioco numerosi fattori: materiali rudimentali, applicazioni inappropriate, indicazioni non uniformi e soprattutto tempi molto lunghi prima dell’accesso del ferito alle cure chirurgiche.
Il risultato fu la nascita di una vera e propria cultura del “laccio pericoloso”. Per buona parte della seconda metà del Novecento il tourniquet venne quindi considerato una soluzione da riservare alle situazioni estreme.
La svolta del TCCC
Uno degli errori più comuni è associare la nascita della medicina tattica contemporanea al conflitto in Ucraina. In realtà il Tactical Combat Casualty Care (TCCC) affonda le proprie radici negli Stati Uniti negli anni Novanta e nasce dalla necessità di adattare la medicina del trauma alle condizioni reali del combattimento.
Il principio fondamentale è semplice: sul campo di battaglia non basta sapere come trattare un ferito. Occorre stabilire quale intervento compiere prima, tenendo conto contemporaneamente della minaccia, delle condizioni del paziente e della possibilità di evacuazione. Il controllo delle emorragie massive assume così un’importanza prioritaria.
Ucraina: la prova della guerra convenzionale
Se il TCCC non nasce in Ucraina, la guerra iniziata nel 2014 e divenuta conflitto su vastissima scala con l’invasione russa del 24 febbraio 2022 ha rappresentato un banco di prova eccezionale per la medicina tattica contemporanea.
Nel 2014 parte delle dotazioni disponibili risentiva ancora dell’eredità sovietica, compreso l’impiego di sistemi elastici come il laccio Esmarch. Parallelamente si diffusero progressivamente IFAK (Individual First Aid Kit), corsi di medicina tattica e tourniquet di concezione moderna.
Il conflitto ucraino ha inoltre evidenziato un’altra questione fondamentale: possedere molti tourniquet non significa automaticamente utilizzarli correttamente. I lunghi tempi di evacuazione caratteristici della guerra ad alta intensità e dalla massiccia presenza dei droni hanno riportato in primo piano il problema dell’appropriatezza e della durata dell’applicazione.
È forse questa una delle lezioni più importanti della guerra contemporanea: l’addestramento conta quanto l’equipaggiamento.
Come è fatto un tourniquet moderno
Non esiste un’unica tipologia di tourniquet. Il mercato e la ricerca hanno prodotto soluzioni caratterizzate da differenti sistemi di serraggio, materiali e modalità di utilizzo.
1. Tourniquet con barra di torsione
C-A-T® – Combat Application Tourniquet: uno dei modelli più conosciuti. Il principio di funzionamento si basa su una fascia e su una barra di torsione che permette di incrementare la compressione esercitata sull’arto.
SOFTT-W: il Special Operations Forces Tactical Tourniquet-Wide rappresenta un’altra famiglia di dispositivi con barra di torsione sviluppati per l’ambiente operativo.
SICH e DNIPRO: la guerra in Ucraina ha favorito lo sviluppo e la diffusione di dispositivi di produzione nazionale. Per questi prodotti, come per qualsiasi tourniquet, è importante distinguere tra dati del produttore, sperimentazioni indipendenti e riconoscimenti ottenuti nell’ambito di specifici protocolli.
2. Sistemi meccanici e a cricchetto
Il SAM XT utilizza un sistema progettato per facilitare il raggiungimento della tensione iniziale della fascia prima del serraggio definitivo. Esistono poi tourniquet con meccanismo a cricchetto, che permettono di aumentare progressivamente la tensione.
3. Fasce elastiche
All’estremità opposta dello spettro tecnologico troviamo sistemi elastici. Il tradizionale Esmarch appartiene a questa famiglia storica. Il SWAT-T, invece, è una fascia elastica multiuso con una filosofia costruttiva differente dai sistemi dotati di barra di torsione rigida. In molti video di soldati russi feriti si vedono ancora utilizzare questi antiquati lacci emostatici. Con epiloghi disastrosi.
Non tutti i tourniquet sono uguali
Una questione spesso sottovalutata riguarda la qualità costruttiva. Non è sufficiente che un dispositivo assomigli esteticamente a un tourniquet professionale. Fasce, cuciture, sistemi di ritenzione, fibbie e barre di torsione sono sottoposti a notevoli sollecitazioni durante il serraggio.
La distinzione realmente importante, quindi, non è soltanto tra modelli diversi, ma tra dispositivi sottoposti a valutazione e prodotti di provenienza o qualità non verificata.
Tourniquet a confronto

Il vero fattore decisivo: l’addestramento
La moderna cultura del controllo delle emorragie ha corretto un equivoco importante: non basta mettere un tourniquet dentro un kit di primo soccorso.
La disponibilità del dispositivo rappresenta soltanto il primo anello della catena. Occorre innanzitutto riconoscere un’emorragia potenzialmente letale e sapere scegliere il presidio appropriato. Pressione diretta, medicazioni compressive, wound packing e tourniquet hanno indicazioni differenti.
C’è poi il fattore tempo. Un tourniquet non deve essere considerato un dispositivo da applicare indiscriminatamente e dimenticare sul paziente. La gestione successiva, la documentazione, l’accesso al soccorso avanzato e l’eventuale rivalutazione da parte di personale adeguatamente formato fanno parte dello stesso processo.
Dal campo di battaglia alla strada e al luogo di lavoro
La riscoperta del tourniquet non è rimasta confinata all’ambiente militare. Incidenti stradali, traumi industriali e altri eventi possono produrre emorragie degli arti capaci di mettere rapidamente in pericolo la vita dell’infortunato.
Questo passaggio, tuttavia, non dovrebbe essere interpretato semplicemente come “mettere un tourniquet in ogni cassetta”. Il salto culturale è più profondo: significa riconoscere l’emorragia grave, disporre di materiale affidabile, costruire protocolli coerenti con il sistema di emergenza e soprattutto formare le persone che potrebbero trovarsi a intervenire nei primi minuti.
Dall’oggetto alla cultura del soccorso
Il tourniquet moderno è quindi molto più di una fascia e di una barra di torsione. È il risultato di secoli di esperienza medica, innovazione tecnologica e lezioni apprese sul campo.
La lezione fondamentale rimane probabilmente la più semplice: un dispositivo può salvare una vita soltanto quando alla tecnologia si affiancano indicazioni appropriate, qualità del materiale e addestramento.
Nota
Fonti essenziali per l’approfondimento
- Radulovic A., Cerovac S., “The history of tourniquet use in limb surgery”, International Orthopaedics, 2023.
- Materiale didattico Tactical Combat Casualty Care / CoTCCC: controllo delle emorragie, tourniquet, wound packing e gestione successiva.
- Stevens R.A. et al., “Misuse of Tourniquets in Ukraine may be Costing More Lives and Limbs Than They Save”, Military Medicine, 2024.
